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Back Sei qui: Home Home   I personaggi di MCG

MAURIZIO TESTA

Maurizio Testa 2Non ci si crede, come si direbbe alla toscana, ma in origine il Boutique Hotel Ilio era una cantina, dove si producevano Elba rosso ed Elba bianco.
Quel luogo, tre generazioni dopo, è diventato il primo e unico boutique hotel dell'Isola d'Elba. Un'attività nata nel 1959, portata avanti oggi da Maurizio Testa, isolano doc, e una struttura, un albergo diffuso, completamente rinnovato nel 2015, con poche camere di charme, massaggi nel giardino immerso nella macchia mediterranea, atmosfera intima, ospitalità friendly e ritagliata su misura.
"Sono un allievo di Giancarlo Dall'Ara" afferma Maurizio Testa, ovvero dell'ideatore degli alberghi diffusi in Italia. Una proposta concepita per offrire agli ospiti l'esperienza di vita di un centro storico di una città o di un paese, potendo contare su tutti i servizi alberghieri, cioè su accoglienza, assistenza, ristorazione, spazi e servizi comuni per gli ospiti, alloggiando in case e camere che distano non oltre 200 metri dal "cuore" dell'albergo diffuso: lo stabile nel quale sono situati la reception, gli ambienti comuni, l'area ristoro. Un modello di sviluppo del territorio che non crea impatto ambientale: non è, infatti, necessario costruire niente, dato che ci si limita a recuperare/ristrutturare e a mettere in rete quello che esiste già. Grazie all'autenticità della proposta, alla vicinanza delle strutture che lo compongono, e alla presenza di una comunità di residenti un albergo diffuso riesce a proporre più che un soggiorno, uno stile di vita.
Quest'ultimo viene agevolato da quella che è l'ultima tendenza del turismo che è proprio quella di vivere il luogo con una persona del posto e trasformare la vacanza in un'esperienza autentica.
Il Boutique Hotel Ilio di Capo Sant'Andrea, sull'Isola d'Elba, mette a tal proposito a disposizione il "Personal Manager". Non si tratta dell'ultima app, ma di un esperto di viaggi in carne e ossa: è la guida - poco virtuale ma molto virtuosa - per scoprire l'Isola d'Elba per mare e per terra.
Maurizio Testa più che una vacanza vi farà vivere un'esperienza da local alla scoperta di tradizioni, ritmi, suggestioni e sapori autentici, che solo chi abita questo territorio da sempre conosce.
Potrete farvi prenotare una deliziosa cena sulla spiaggia nel ristorante più chic, un'escursione con la guida sui sentieri meno battuti del Parco Nazionale, l'ombrellone in spiaggia (senza dover puntare la sveglia all'alba), un wine tour con l'enologo in mezzo alle vigne dei migliori produttori, una gita in barca accompagnati da un "lupo di mare", una seduta di snorkeling con un biologo marino che spiega flora e fauna incontrati galleggiando, un viaggio on the road a bordo di una 500 vintage, oppure on the sea per pagaiare lungo le baie color cobalto. E ancora: sconti sui traghetti, biglietti per gli eventi e passaggi sugli aerotaxi.
Inoltre come omaggio di benvenuto Maurizio vi doterà di un prezioso vademecum con la top ten delle attrazioni dell'Elba e la HI GUIDE, dedicata esclusivamente ai migliori ristoranti del territorio.
Grande appassionato di vini, e non poteva essere diversamente, Maurizio Testa ha creato una splendida cantina di design che propone un'ampia scelta di denominazioni Doc dei migliori vini elbani e toscani, per degustazioni a tema di pregiate etichette della regione.
L'amore per la sua terra ha portato poi il patron a produrre, in occasione del cinquantesimo compleanno dell'hotel, in collaborazione con alcune cantine elbane, un vino speciale. È nato così il primo Hi Wine Ilio 50 (Elba Rosso Riserva DOC 2004) a cui sono seguite altre fortunate etichette a km zero come l'Hi Wine (indicazione geografica tipica Toscana 2010), caldo e avvolgente, elegante e persistente. Il successo da "vignaiolo" ha spinto Maurizio Testa a sfidare anche la bevanda dell'estate, la birra e il simbolo della Toscana, l'olio, con prodotti di eccellenza sempre autografati Boutique Hotel Ilio. Hi Beer è una bionda esclusiva dell'Isola d'Elba, prodotta artigianalmente a Rio Marina e Hi Oil, l'Olio Extra Vergine di Oliva prodotto secondo il disciplinare di Indicazione Geografica Protetta (IGP) toscano, in collaborazione con alcuni prestigiosi frantoi di Vignale Riotorto (Piombino) e Castagneto Carducci, Melatina (Riparbella). La spremitura è a freddo ed è imbottigliato a mano in un Consorzio Agricolo di Bolgheri.
Una location affascinante l'hotel Ilio, frequentata da gente di tutto il mondo.
"Abbiamo clienti per un 80% stranieri, provenienti almeno da qualcosa come 25 nazioni diverse, e un 20% di clienti italiani" ci racconta Maurizio Testa, che grazie alla sua decisa propensione per il mondo della comunicazione ha fortemente e decisamente contribuito alla conoscenza di questo angolo di paradiso dell'Elba, pubblicato sulle riviste più disparate, sia a livello nazionale che internazionale. "Ricordo di una giornalista del Times che, dedicando una pagina intera a Sant'Andrea, scriveva che affacciandosi da una delle finestre del nostro Hotel, riprovava la stessa sensazione di quando era in Turchia prima del grande turismo speculativo. Credo che la nostra fortuna dipenda anche dal fatto che, nel tempo, è rimasto un po' tutto com'era anni fa. Pochi alberghi, tutti curati dalla gente del posto, una grande attenzione per il cliente".
Maurizio Testa è una persona molto preparata, un'"integralista della disintermediazione" come gli è piaciuto definirsi. "Noi non lavoriamo con Booking.com ad esempio" dice Testa.
Un sito bellissimo, quello dell'hotel Ilio, funzionale e da consultare, con proposte particolari votate all'esclusività. "Anch'io quando mi muovo non cerco i grandi alberghi ma quel qualcosa di raccolto, ricercato ed esclusivo che molto spesso fa la differenza. Le cose che cerco, e che vorrei trovare, sono le stesse poi che propongo ai miei clienti, nel mio hotel, per la loro massima soddisfazione".
Nella nostra chiaccherata sulla terrazza dell'hotel sono tanti i racconti, gli aneddoti e i ricordi che emergono. Non basterebbero dieci pagine. Ne evidenziamo uno per tutti: "Ricordo di aver fatto apprezzare lo stazionare sugli scogli ad una giornalista canadese che, alla sua prima esperienza coi medesimi, visto l'affollamento delle spiagge dovuto all'alta stagione, rimase talmente entusiasta da dedicare 3 pagine su una delle riviste più lette del Canada, che aveva un seguito di due milioni di lettori. Di certo per la Boutique Ilio e Sant'Andrea fu uno spot importante."

Ed ecco nel dettaglio alcune delle opportunità che vi aspettano gestite dal vostro personal trainer:
- Tour in barca privata con personal skipper: tuffatevi nelle baie più tranquille e romantiche.
- Diving e snorkeling: immergetevi tra misteriosi relitti e gorgonie nei fondali più suggestivi dell'isola
- Trekking: scoprite i sentieri più suggestivi del territorio con le guide ufficiali del Parco Nazionale
- Kayaking: dalla spiaggia di Sant'Andrea il punto di partenza per escursioni via mare
- Gourmet: le prelibatezze dei migliori ristoranti, verificate una per una, sono tutte nell'imperdibile HI GUIDE
- Wine Tour: visitate le migliori aziende del territorio e degustate le eccellenze locali DOCG
- Elitaxi o Aerotaxi: il modo più veloce ed esclusivo per raggiungere l'isola d'Elba, disponibile con speciali agevolazioni
- Elba's Best Locations: lasciatevi guidare nella top ten delle località più belle selezionate da Maurizio Testa
- A cena via mare: una barca riservata per condurvi dalla baia di sant'Andrea ai più incantevoli ristoranti sul mare
- In prima fila sulle spiagge più esclusive: le location più belle con i servizi che stai cercando

FAUSTO DE STEFANI

«Essere uomo è un mestiere difficile: soltanto pochi ce la fanno». Fausto De Stefani è uno di quelli che ce l'hanno fatta. Persona di grande spessore umano, una vita al servizio degli altri. Uno tra i più forti alpinisti, capace di scalare tutti i quattordici Ottomila in stile alpino, oggi si dedica ai bambini del mondo. In Italia nella collina di Lorenzo a Pedercini rappresenta il laboratorio a cielo aperto, dove i bambini imparano a conoscere ed esplorare la natura. La Fabbrica delle fiabe invece è un incantesimo, uno spazio dove i più grandi tornano piccini e i piccoli sognano! In Nepal, a Kirtipur, De Stefani ha coronato il suo progetto realizzando ben quattro scuole che oggi ospitano oltre mille bambini. Il progetto Rarahil si completerà con la realizzazione di una struttura sanitaria ma, conoscendo Fausto, questo sarà soltanto l'inizio. A vederlo con quei capelli e la barba lunga incute un certo timore. In realtà, dietro, si cela l'animo di un uomo generoso, mosso da grandi idee e da nobili sentimenti. Racconta di non avere più certezze e, detto da uno così, ti casca il mondo addosso. Poi lo ascolti e capisci perché è uno di quelli che ce l'hanno fatta.

All’università della natura, per imparare le cose vere

marianoNato a Borgo Valsugana una settantina di anni fa, Mariano Caminoli ha dedicato tutto il tempo lasciatogli libero dall'insegnamento all'osservazione e al disegno della natura. In particolare, degli animali che vivono liberi in montagna e nei boschi. Tra tutti, quando era ancora un ragazzino, il gallo cedrone era diventato per lui quasi un'ossessione. Tutto era cominciato dalle illustrazioni, in bianco e nero, viste su un libro di scienze naturali in casa della nonna, maestra a Borgo Valsugana. La fantasia del piccolo Mariano aveva cominciato a galoppare all'inseguimento di questo bellissimo galliforme schivo e prudente, assai difficile da avvistare sia in estate, quando sta a terra per cercare cibo, sia d'inverno, quando aspetta il ritorno della bella stagione standosene appollaiato su un albero. Fu convincendo l'anziano prete di Borgo a portarlo con sé in una battuta di caccia che, in una gelida alba di aprile, il ragazzino vide e udì cantare il suo "primo" gallo cedrone. Questo sacerdote stava diventando sordo e fu solo per il fresco udito di Mariano che si convinse a portarlo con sé. Già, la caccia! Camiinoli sa bene che per riprodurre con matite o acquerelli gli animali del bosco è necessario poterli esaminare da vicino, dopo che sono stati uccisi. Oppure fotografati, naturalmente. Delle moltissime battute di caccia fotografica iniziate all'alba, Mariano ricorda ancora quella volta che – armato solo di reflex e obiettivi – incontrò un cacciatore un po' irritato dalla sua presenza, e quando gli magnificò il suo andar per boschi rispettando la fauna e fotografandola, il cacciatore gli rispose «Bello sì, ma mi no g'ho mai magnà fotografie!». Un'altra volta, partito prestissimo per salire sul Baldo a fotografare caprioli e camosci, dopo averne seguito un piccolo branco fuori dal sentiero fino a una valle che non conosceva, si trovò davanti uno strapiombo impossibile da scendere. «Era novembre e mancava poco all'imbrunire; tornare indietro era impossibile e anche trovare una via alternativa allo strapiombo, dato che la cartina non descriveva quella zona. Quando già temevo di dover passare la notte all'aperto, vicinissimo ho sentito un camoscio, che mi stava guardando; di scatto, l'animale ha cominciato a scendere lo strapiombo lungo un percorso non visibile, ma facilitato. Come se avesse voluto indicarmi la strada per rientrare a valle. Facendo attenzione e tenendomi aggrappato ai cespugli di mugo, ho seguito il camoscio che mi ha guidato fino in fondo allo strapiombo, da dove, in qualche ora, ho raggiunto la strada e poi il luogo dove avevo lasciato l'automobile.

Da ragazzo, quando s’inerpicava lungo i sentieri delle montagne veronesi – il Baldo, soprattutto – provava una grande emozione quando trovava qualche piuma, poteva ammirarne da vicino il colore, sentirne la morbidezza. Un giorno, raccolse i resti di una ghiandaia predata da un falco; l'ala destra era quasi del tutto intatta, con le penne e le piume, e le stupende piccole copritrici dell'ala azzurre e nere. «Mi aveva insegnato a riconoscere la fauna locale uno strano personaggio, che incontravo spesso e la gente del luogo chiamava "el naneto de San Giorgio". Come puoi capire, lui non era molto alto, ma non lo ero nemmeno io e ci capivamo perfettamente. Parlava una sua lingua, mista tra italiano, tedesco e Ladino, forse il dialetto autoctono della Val dei Mocheni. Gli mostravo qualche penna o piuma trovata nel bosco, e lui mi diceva il nome dell'uccello al quale apparteneva e ancora tutto ciò che c'era da sapere di esso. Per me, era una vera e propria enciclopedia della natura… Anche se a volte il nome era un po' tutto suo. Se gli dicevo di aver letto sul libro di mia nonna maestra il nome scientifico, o anche quello volgare, di un certo uccello, nella sua strana lingua mi rispondeva che i libri vanno bene, ma quando vai nel bosco se non riesci a leggere le tracce, il rumore, il verso, il volo, la sagoma, la postura, il canto di un volatile allora non sai proprio nulla. E se trovi per terra qualche piuma, devi sapere a chi apparteneva, se è caduta naturalmente o se è stata strappata da qualche rapace; dovresti capire di che uccello si tratta vedendo i movimenti di un ramo, se si muove nell'erba per terra, se saltella o cammina guardingo, se ha intuito un pericolo o se è tranquillo».

Quando gli chiedo se gli sia stata utile tutta questa conoscenza della natura, dei boschi e dei loro abitanti, mi ricorda che questa è stata la vera università della vita, dalla quale ha imparato molto di più che conseguendo la sua laurea in architettura, a Venezia, ai tempi dell’architetto Carlo Scarpa. E penso che sia proprio così, visto che Mariano Camiinoli è da sempre uno dei più apprezzati disegnatori e pittori naturalisti della nostra zona, che ha illustrato moltissime pubblicazioni sulla fauna terrestre e ittica dei più importanti studiosi e ricercatori.

KARL BERNARDI UNA NATURALE INCLINAZIONE PER IL GUSTO E L’ECCELLENZA

Per un amante delle ricercatezze culinarie, degli autentici salumi dell'Alto Adige, delle curiosità e delle prelibatezze nonchè del buon vino, tappa imperdibile per chi si reca a Brunico è l' Enoteque Gastronomia K.Bernardi. Il negozio è proprio a metà della via centrale e offre ai turisti le più raffinate specialità tirolesi di carne, prodotte dalla macelleria di famiglia, i vini più pregiati da tutto il mondo, prelibatezze regionali e altri highlights culinari: impossibile uscire a mani vuote dal locale nel quale il padrone di casa, Karl Bernardi, con grande eleganza, discrezione, conoscenza, ottima dialettica fa sentire i propri clienti come autentici re. Il servizio che viene, infatti, offerto ai clienti è un punto fondamentale della continua ricerca della qualità firmata Bernardi. "Tra le tante parole vuote che ci volano intorno, il nostro cliente gusta, vede e sente tutta la passione con cui quotidianamente esaudiamo i suoi desideri. Il nostro cliente fa parte integrante della nostra "famiglia aziendale", che dà sempre il meglio di sé"afferma Karl Bernardi.
E' una sperimentata filosofia aziendale che parte da lontano ovvero dall'amore quotidiano e profondo per la natura che è la molla dell'attività della gastronomia Bernardi. In tutti i prodotti si può gustare l' attenzione che viene messa nella scelta dell'allevamento del bestiame, fatto a regola d'arte, nella preparazione naturale dei prodotti, nella rinuncia all'uso di aromi artificiali, nella scelta di fornitori e agricoltori di alto livello. C'è l'orgoglio, e non la presunzione, da parte di Karl...

CLAUDIO COMPRI

HPIM1564Il vino? È soltanto bianco o rosso,
buono o cattivo
Quante ne ho sentite, in tanti anni di vita vissuta! Vini che profumano di fiori freschi bianchi –come l'acacia e il biancospino – e altri che emanano fragranze sempre di fiori freschi ma, questa volta, colorati, vuoi la rosa vuoi la viola. Oppure, di fiori gialli (la ginestra?) e di fiori appassiti o secchi.
E, ancora, di frutta matura, cotta o secca; di erba triturata, di foglia di pomodoro e di mallo di noce. O di basilico, di lavanda, di salmastro o di liquirizia. Di cera, ceralacca e tabacco. E chi più ne ha, più ne metta. Perché, di persone tipo del-vino-io-le-so-tutte ne ho incontrate una quantità industriale. Intendiamoci, che di profondi conoscitori del nettare di Bacco ce ne sono, eccome! Quelli che sono in grado di intrattenerti per cinque minuti buoni su come abbinare un vino con un cibo e viceversa per fare risaltare l'uno e l'altro, e questo mi sembra un discorso serio. Ma, a tutti quei fenomeni del fiuto che, in un calice di vino, ci sentono i profumi più straordinari – fragranze che, magari, non si sono mai soffermati a percepire, e memorizzare, nella vita quotidiana, come una rosa per la strada o una verga di ceralacca nello studio di un notaio – ecco, a questi fenomeni io non ho mai dato molto credito.
Così, quando in uno di quei wine bar che van di moda adesso (prima li chiamavano osterie e poi, negli Anni Ottanta, sono diventati enoteche) ho incontrato Claudio Compri, che mi ha detto di fare il selezionatore di vini per grandi case, non mi è sembrato vero di potergli chiedere come si sceglie un vino. «Bianco o rosso, per soddisfare il tuo senso cromatico. Poi, se ti piace o non ti piace, per soddisfare il tuo palato». Non è un po' troppo semplicistico? «Ma no, vedi, che un vino ti piaccia è cosa fondamentale per poterlo bere. Certo, gli specialisti ti raccontano di sentire librarsi da un calice i profumi più straordinari del mondo. Il problema è che noi uomini abbiamo perso la capacità, o meglio l'abitudine, di soffermarci a sentire un profumo, a memorizzarlo associandolo a qualcos'altro. Quant'è che non ti fermi, per strada, attirato dal profumo del pane? Forse perché i panifici sono così rari, oggi... Pensi davvero che potresti riconoscere in un calice di vino il profumo della crosta di pane?».
Poi, mi conferma che solo gli specialisti, quelli veri e sono pochissimi, riconoscono in un calice di vino tutti quei profumi ai quali hanno allenato il loro naso, per anni. «Io ho avuto la fortuna di incontrare, quand'ero ancora ragazzo, un maestro eccezionale. Un innamorato del vino che, con una ristrettissima cerchia di amici, una sera alla settimana offriva, nella sua cantina, una cena dedicata alla valutazione e al confronto tra loro di vini della stessa tipologia, cioè con proprietà e caratteristiche comuni, ma ciascuno di un produttore diverso. Non solo come casa vinicola, ma soprattutto come dimensioni dell'azienda stessa e sue attitudini produttive. Così, degustavamo lo stesso vino prodotto da una cantina di levatura internazionale, da una più piccola – diciamo locale – e, infine, dal contadino. Con i giusti abbinamenti di cibo, assaggiavamo e commentavamo i vini per apprezzarne le differenze. Per sette, otto anni ho fatto questa straordinaria esperienza settimanale. Con una cosa in più: quando abbiamo cominciato, ero totalmente astemio e il più giovane del gruppo di amici, e quindi, da subito, con una specie di forzatura, sono stato delegato a sentire i profumi dei diversi vini e a descriverli agli altri, prima di ogni degustazione. Ho assaggiato, conosciuto e imparato tutto, in quella cantina. Fino allo Château Lafite». Fino a distinguere le diverse annate di uno stesso vino, anche se questa è una capacità difficilissima da conservare, ci vuole un allenamento continuo e costante.
La vita ha poi portato Claudio a occuparsi professionalmente di vini per circa trentacinque anni. In breve, si è ritrovato a capo di una commerciale con più di trenta venditori, ma, per uno come lui, "vino" è tutto quel mondo di profumi e di sapori che si sprigiona dal prezioso liquido, quando porti il bicchiere prima al naso e poi alla bocca. Per apprezzare un vino, esso deve sempre essere abbinato al cibo giusto; quanto alla conoscenza dei cibi e degli alimenti, a Claudio fino al momento del suo magico incontro con il vino è stato fondamentale l'aver lavorato nell'azienda di famiglia, che si occupava di carni a tutto tondo.
«Mi sono un po' stancato di tutto questo corredo di parole vuote di significato che sembra rincorrere il vino e questo nostro mondo. In fondo, perché scelga il "tuo" vino, è sufficiente che tu ti attenga alle due regolette che ti ho detto prima, e sarai sicuro di non sbagliare. La prima regola, o bianco o rosso; la seconda, o buono o cattivo. Facile, no?»

FRANCESCO GRANDIS

grandis-300x200Francesco
Grandis
Mollare tutto per riprendersi
la propria vita

e fossimo nella stessa stanza ti
inviterei a sedere accanto a me,
come amici, vicino al fuoco.
Ti racconterei di quando ero un
giovane ingegnere convinto di
aver trovato la sua posizione nella
vita, e di quando scoprii, invece,
di essere finito in una gabbia.
Di quando lasciai quel lavoro
sicuro in piena crisi economica mondiale, per
affrontare il mio crollo come persona.
Di come trovai la mia vera strada durante un
lungo viaggio, del mio lavoro nomade e di tutti i
Paesi che seguirono. Di come mollai tutto ancora
una volta per seguire il mio sogno di scrivere,
raccontare e condividere. E sopra ogni cosa, ti
parlerei della mia ricerca della Felicità.
(Francesco Grandis, alias Wandering Wil)
Ecco. Ora ricordo perché questo articolo su Francesco
Grandis è rimasto così tanto nel cassetto.
Ora che ho ricominciato questo pezzo 7 volte e
neppure questa mi sembra quella buona. Ecco,
il problema è questo: Francesco Grandis è "tanta
roba". Espressione non delle più auliche e raffinate
ma al momento quella che rende meglio l'idea.
La sua storia, il suo giro intorno al mondo, le sue
scelte e soprattutto le sue riflessioni.
Ogni passaggio dei suoi pensieri pesa.
Denso di un significato mai banale, intriso di tutte
le esperienze che Francesco ha fatto. Di tutte le
analisi su sè stesso, sulla società, sulla vita, sul
suo senso. Dell'entusiasmo e dell'avventura, ma anche dei dubbi, delle indecisioni, delle difficoltà
di quando, a carriera ben avviata, Francesco mollò
tutto perché gli mancava qualcosa che "sentiva
migliore".
Ecco perché nelle sue parole per forza si inciampa.
Perché è come se fossero inzuppate di tutte le
strade su cui ha camminato e di tutti i pensieri e le
emozioni che gli hanno tenuto compagnia.
Per fortuna ora questa "tanta roba" Francesco l'ha
raccolta nel libro Sulla strada giusta (autoprodotto
e disponibile su Amazon).Così io provo, a cuor più
leggero, a parlarvi di lui.
Francesco Grandis ha 32 anni quando dopo la laurea
in ingegneria e un lavoro da programmatore di
successo, avverte che il muro di certezze che si è
costruito inizia a vacillare, la buona occupazione e
il contratto a tempo indeterminato non gli sembrano
più così "giusti".
Nel suo www.wanderingwil.com (dove "wandering"
sta per "girovagare" e "wil" resta ancora un
segreto..) lui la chiama "la trappola del criceto".
"Corri corri corri e non vai da nessuna parte. Lavori
tutto il giorno, tutti i giorni, e a fine mese cos'hai
ottenuto? 200 euro se ti va bene, e neanche quelli
se ti si rompe la macchina. E dov'è la crescita personale? Dove sono le passioni, i progetti? Dove
sono i risparmi con cui pensare di costruire la casa
dei propri sogni?
Non ci sono. Sono sempre un po' più in là. Sono
il mese successivo, o l'anno prossimo. Ma l'anno
prossimo è uguale al precedente, e anche quello
dopo. E il tempo passa, ma si resta sempre nello
stesso punto. Non si va da nessuna parte. È una
ruota, e se corri più veloce ti stanchi solo prima."
Così non trovando il senso di quel correre nel
2009, all'inizio della crisi economica che investe
il mondo, Francesco si licenzia e spende tutti i
suoi risparmi per un giro del mondo di sei mesi, in
solitaria, alla ricerca di qualcosa che ancora non
conosce."Avevo paura di sprecare la mia vita, e di spegnermi
lentamente. Paura di svegliarmi ogni giorno
senza sorridere, di diventare vecchio senza diventare
grande. Avevo la paura folle di arrivare
all'ultimo dei miei giorni, guardarmi indietro, e rimpiangere
tutto quello che avrei potuto fare ma non
avevo fatto."
E così inizia un viaggio fisico: trova un lavoro che gli
permette di mantenersi, ma anche che gli lascia la
libertà di "fare altro". Inizia a fare il programmatore
nomade (portando con sé il lavoro nei suoi viaggi),
e in quattro anni viaggia per 15 mesi: giro del
mondo 2009-2010, Sudamerica e Ungheria 2011,
India e Dolomiti nel 2012, Nord Europa nel 2013.
Ma inizia soprattutto un percorso interiore che lo
convince ad abbandonare del tutto il sentiero comune
per iniziare a cercare una felicità più autentica.
"A volte procediamo nella vita apparentemente
senza una direzione precisa o uno schema ordinato.
Agli altri sembriamo solo dei vagabondi
che hanno smarrito il sentiero. Ma non ci siamo
perduti, tutt'altro. Sappiamo perfettamente dove
siamo e dove stiamo andando. Stiamo solo cercando
qualcosa, seguendo una via visibile a pochi
soltanto".
Il lavoro diventa per lui uno strumento da utilizzare
per qualcosa di più importante che il semplice
accumulo di denaro. Rinuncia a lauti guadagni per
questo: per avere il tempo di vivere meglio la vita, e
proseguire nella sua ricerca.
E poi per condividerla naturalmente. E' quello che
da 2 anni fa nel suo blog, seguito da oltre 5.000
followers. Wanderingwil.com non è solo una raccolta
di riflessioni personali. Sono spesso analisi
sociologiche lucide e razionali, vicine a quella filosofia di downshifting, "letteralmente scalare la
marcia", affermatasi verso la fine degli anni 90'
e oggi sempre più abbracciata – insieme a tutte
le filosofie cugine dello slow, del benessere e anche
dell'eco – da chi attua la scelta di preferire
il valore del tempo e della personale felicità a una
società che ha imperniato la sua ragion d'essere
su quella del denaro e del consumismo.Così in wanderingwil.com si parla di vita, di viaggi,
di felicità, come di economia, di lavoro, di comportamenti,
di crescita personale.
Sono articoli ad elevato tasso di concretezza,
schietti nel linguaggio e con contenuti che si traducono
facilmente in indicazioni precise per agire,
per chi parte ma anche per chi resta. Senza mai
avere la presunzione di possedere la verità in tasca.
Lo dice Francesco parlando di Sulla strada giusta:
"Io non sono un "arrivato", solo un uomo in cammino,
ma forse le mie esperienze potrebbero essere
di ispirazione a chi si trova ad affrontare un percorso
simile"
Ma noi vogliamo saperlo, come si cammina nella
vita secondo Wandering Wil?
Con uno zaino, scrive Francesco. Come di quelli
che si portano in viaggio.
Uno zaino che ci costringere ad essere leggeri, e
a fare una scelta sul cosa portare con noi, a distinguere
tra l' utile, l' importante, l'eccessivo e il
superfluo. Lui ad esempio ci ha messo "L'apertura
mentale, non il pregiudizio L'entusiasmo, ma non
le illusioni.Il coraggio, non l'incoscienza. I desideri, la passione
e tutti i sogni. Le mie convinzioni, le mie idee e
i miei progetti, non le aspettative altrui. Il silenzio,
non il rumore. L'amore, non la diffidenza."
E voi cosa ci mettereste? Di sicuro il suo libro.
Anche se pesa.

Antonia Cinquegrana: un approccio specialistico alla cura dei cocainomani

 

Antonia CinquegranaNegli ultimi anni si è sentito sempre più spesso parlare di cocaina, sostanza emergente e al centro del problema del consumo e delle tossicodipendenze: se da un lato è cresciuto il numero di persone che hanno fatto uso di cocaina almeno una volta nella vita, dall'altro si è esteso anche il fenomeno della dipendenza patologica da questa sostanza. Incontriamo la dottoressa Antonia Cinquegrana, Responsabile del Centro Clinico Cocainomani di Brescia, ad oggi il primo Centro italiano che si occupa specificatamente di cocainomani socialmente inseriti.
"I Ser.T. - Servizi Territoriali per le Dipendenze – sono nati negli anni '80 per rispondere alla grave epidemia di eroina e sono stati quindi strutturati sulla base di quella tipologia di pazienti, persone socialmente emarginate con stili di vita alternativi o illegali. Negli anni '90 è esploso l'uso massiccio di cocaina, una sostanza apparentemente maneggevole, che impiega tempi anche lunghi prima di creare problemi gravi, anche se poi ovviamente li dà, e che può essere compatibile anche per anni con le attività della vita di tutti i giorni, quindi con lavoro, famiglia, studio .... Nella maggior parte dei casi chi usa cocaina non è un emarginato o uno che vive di espedienti, per lo più si tratta di persone "normali" con un lavoro, una famiglia, una rete sociale ma che, a causa della sostanza, sono a rischio di mettere in forse tutta questa "normalità". Questa tipologia di paziente è stata quindi definita cocainomane socialmente inserito, una persona molto differente da chi fa uso di eroina e che, proprio perché non si sente simile all'immagine stereotipata del tossicodipendente, difficilmente accede a un servizio tradizionalmente connotato per pazienti eroinomani. E' tuttavia da sottolineare che nella nostra società occidentale è nettamente superiore il numero di persone che consumano cocaina rispetto a quanti utilizzano eroina" spiega.

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EDOARDO RASPELLI, L'UOMO DAL PALATO D'ORO

Edoardo RaspelliEdoardo Raspelli è, da sempre, il critico gastronomico più severo d'Italia. Ha iniziato la sua carriera al Corriere della Sera, occupandosi di cronaca nera e poi la svolta, che lo ha portato a diventare uno dei più autorevoli esploratori del gusto. Specializzatosi in gastronomia e difesa del consumatore ha esordito con Gault e Millau. Hanno lavorato insieme per quattro anni e hanno pubblicato la Guida d'Italia. In televisione ha iniziato nel 1984 come consulente di "Che fai, mangi?" la trasmissione di Rai 2. Successivamente ha condotto: La Buona Tavola, con Anna Bartolini e Star bene a tavola con Carla Urban e ha collaborato alla rubrica Eat Parade del TG2. Per cinque anni, fino al 2001 è stato curatore della Guida dei ristoranti d'Italia dell'Espresso, firmando anche la rubrica "Il Goloso". Ogni settimana presenta la puntata domenicale di Melaverde con una pagina intera sul settimanale televisivo, OndaTV (esce ogni giovedì con Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino) e con Tele secolo (abbinato al Secolo XIX di Genova). Per La Stampa ha pubblicato nel 2001 un libro dal titolo Il Raspelli. Mentre nel 2004 è uscita la raccolta ItaliaGolosa edita da Arnaldo Mondatori. Dal 1998, tutte le domeniche alle 12.10, su Rete 4 conduce, con Gabriella Carlucci, Melaverde, uno dei programmi di maggior successo della rete. Le sue critiche su ristoranti e alberghi escono tutti i giovedì sul quotidiano La Stampa.
Alessandra Capato, coordinatrice editoriale di Onda Tv, lo ha intervistato per noi.
E' uscito da poco il suo libro, L'Italia in tavola, dove si parla di cuochi e non di ristoranti.
Rispecchia la filosofia di Melaverde, il mio programma tv, che va alla scoperta del territorio e delle tradizioni. Ho coinvolto 51 cuochi e altrettanti ristoranti, non sono i più famosi ma quelli dove si può mangiare il piatto di quel territorio. E parlando con Antonio Santini, patron del Pescatore, il ristorante mantovano a Canneto sull'Oglio, mi ha raccontato che lo chef svizzero Freddy Girardet gli ha confessato che...
Girardet non è definito dai colleghi il "cuoco del Secolo"?
E' diventato celebre nel mondo per i suoi piatti che sono stati pluripremiati, e il ristorante che aveva a Losanna era uno dei migliori al mondo. Lui ora è in pensione. Beh, ha detto a Santini: "Voi italiani state distruggendo la vostra cucina". Se si è accorto uno svizzero, vuol dire che siamo messi male.
Nasce da qui l'idea del libro?
E' un grido di allarme. Ho preso l'ispirazione da Anna Gosetti della Salda, che nel dopoguerra riportò a nuova vita la rivista Cucina Italiana, nata nel 1929 e chiusa durante il conflitto mondiale. Portò in redazione il cuoco e ogni ricetta che veniva pubblicata sul mensile veniva provata e riprovata. Apparvero poi nel suo volume, Le Ricette Regionali Italiane: è la summa della tradizione dell'Italia a Tavola, quella delle nonne e delle mamme. Oggi le donne non cucinano più: al massimo scongelano un piatto e in 40 minuti al giorno risolvono pranzi e cene.
Ha avuto difficoltà a trovare gli chef?
Non potendo copiare la Gosetti, mi sono rivolto a quelli che fanno ricerca di prodotto, che preparano i piatti legati al passato e che li tengono sempre in menù. Mi sono fatto dare otto ricette da ogni cuoco per alternare un menù autunno-inverno e uno primavera-estate. E' stato un lavoro meticoloso, di grande controllo.
Cosa sta succedendo nelle cucine?
Stiamo andando alla deriva. La globalizzazione ha uniformato tutto: la materia prima è uguale ovunque. Il problema è che nella ristorazione arrivano solo alcuni prodotti, comprati per catalogo o via internet. I tagli della carne sono gli stessi: ci sono le costolette di agnello ma la testina, come la facevano in Puglia e in Sardegna, è introvabile. Ingredienti omologati e stesse presentazioni: velette di mele disidratate, bicchierini con assaggini, cucchiaini come piatti,....non se ne può più.
A Los Angeles sono stati proibiti i fast food: l'obesità è considerata una malattia sociale.
Anche l'alimentazione degli italiani di città è sbagliatissima. Io pure ingurgito calorie più del dovuto ma è per lavoro. Un tempo, soprattutto nella campagna povera, essere grassi era simbolo di ricchezza. Oggi al contrario si è troppo ricchi e si mangia troppo e male.
Ci tolga qualche dubbio sul biologico: è un bluff, un business o una presa in giro?
Chi comanda sono gli investitori pubblicitari che dettano regole e condizionamenti. Quindi l'informazione è tutto e il contrario di tutto. D'altro canto io non sono medico e posso solo dire che apprezzo il gusto delle cose semplici. Preferisco le mele un po' ammaccate ma che hanno sapore. Quelle che si trovano al supermercato per 12 mesi non sono un bel segnale: vuol dire che sono state messe in magazzini dove è stato tolto l'ossigeno e rimane l'anidride che è un grande conservante. Quando poi le lasci fuori un giorno marciscono subito. Se posso, mangio biologico senza fanatismi. Le piccole aziende biologiche non possono competere con i colossi industriali.
Facciamo un po' di chiarezza sulla cucina destrutturata e molecolare. Cosa significa?
Sono delle tecniche. La prima è più semplice e scompone il piatto nei suoi ingredienti. Per esempio: la zuppa inglese io l'ho mangiata unendo un rombo di gelatina di alkermes, accompagnato dal cioccolato e un quadretto di pan di spagna. Sciolti in bocca gli ingredienti mi hanno dato la sensazione di una zuppa inglese classica. E' una cosa diversa. Non ho pregiudizi. Per quanto riguarda quella molecolare, dove è necessario il laboratorio di fisica, mi sembra una complicazione inutile anche se non l'ho provata. La cucina deve essere fatta di cose che si mangiano. Per fare il pesto non è necessario il mortaio, si può fare tranquillamente con il frullatore.
Non molto tempo fa, Time ha stilato una classifica dei Sessanta Eroi del Ventesimo Secolo: uno è Paul Bocuse.
Non saprei cosa dire. L'ultima volta che sono andato da Bocuse è stato una quindicina di anni fa. Fui soddisfatto di aver mangiato i suoi piatti e mi ricordo di aver dato un voto buono ma medio. Lui rispose in modo signorile così: "Non a tutti piace lo stesso maglione ma è un buon voto".
Molti chef aprono succursali e fanno consulenze con risultati non proprio esaltanti.
Vuol dire che raschiano il barile. Quando non c'è lo chef in cucina il ristorante non può funzionare. Le consulenze hanno una valenza economica e fanno bene a farle ma non si possono fare scelte contro la qualità. Solo per il mercato.
Secondo la sua personale classifica chi è il più bravo?
Per me ancora Gianfranco Vissani: è l'unico che da venticinque anni mi dà delle emozioni. Dirige la brigata in cucina in modo eccellente. Vedendo i suoi menù ti sembrano abbinamenti folli ma poi quando li assaggi ti rendi di cosa sia riuscito a fare. A volte esagera e mette troppe cose: nella Grande Cucina il mio motto è togliere.
Mi spieghi il proliferare di tanti gourmet.
Da un po' di tempo sono di gran moda il cibo e la cucina. Tutti ne parlano. E' chiaro che non ho il pallino di essere solo io il più esperto e grande intenditore, ma il palato è un dono: o ce l'hai oppure no. E non solo, ma va esercitato e farlo costa. Faccio un esempio: se hai sempre mangiato branzino di allevamento e mai quello di mare, che costa otto o dieci volte tanto, non puoi capire la differenza. In assoluto neppure io saprei identificare il caviale, ma in una degustazione comparata tra quello iraniano e russo saprei dire le differenze e quale sia il migliore. Il mio palato è assicurato per 500.000 euro e un motivo c'è. Il cibo e il vino sono ormai argomenti da bar, come parlare di governo, di calcio e decidere la formazione della squadra. Così la gastronomia diventa la stessa cosa.
I Doner Kebab sono una buona alternativa per la pausa pranzo?
Io adoro il kebab, il cous cous sia di pesce che di carne di montone e in generale la cucina magrebina. Il problema è che la carne arriva surgelata dalla Germania e non si sa come sia stata conservata e poi non tutti lo sanno fare bene.
Parlando di stelle ci possiamo fidare di quelle assegnate dalla guida Michelin?
Come ho già scritto io e anche Marco Gatti dico "Non bisogna fidarsi". Abbiamo pubblicato gli elenchi degli ispettori, sono 10 o 12 e con i prezzi che aumentano diventa difficile girare tutti i posti e poi dare le valutazioni. Se si prende e si apre la guida del 2007, si può verificare che sono recensiti 4500 alberghi e 2700 ristoranti. C'è da chiedersi: come fanno a visitare i locali? Ciò significa che dovrebbero aver dormito in due alberghi per notte. In realtà bisognerebbe anche dimostrare cosa varia nell'assegnazione del millesimo di voto. Per esempio, l'Hotel Luise di Riva del Garda sembra un albergo familiare ed invece è un parallelepipedo moderno con ascensore in plein air, insomma un' altra cosa. Non ci andavano da dieci anni. Stessa cosa per l'Hotel Palace di Milano Marittima. Si legge: "è' situato in un quartiere commerciale" mentre è vicino al mare.
La Francia è ancora un modello di cucina di riferimento?
La ristorazione italiana è nata negli anni Sessanta mentre in Francia la ristorazione di massa risale al 1789. La DOC (Denominazione di Origine Controllata) in Italia esiste dal 1963 e l' Appellation d'Origine Controlèe in Francia è dal 1855: insomma noi siamo in ritardo di 107 anni. C'è un mercato e cultura diverso: i francesi non vedono l'ora di andare al ristorante e sono disposti a spendere anche 500 o 600 euro.
Ferran Adrià è considerato un artista ed è arrivato a Documenta, la vetrina artistica di Kassel.
E' famoso per le sue uscite. Basta che faccia una cosa e sembra che la Spagna ci dia del filo da torcere. Le sue invenzioni non sono cucina ma sperimentazione. Poi ci sono sempre quelli che seguono il filone.
Banalità nel piatto: prima erano la ruchetta, il salmone,.....
Altri simboli della banalità sono lo storione e lo spada affumicato che di solito sono quelli in busta come i salumi, assolutamente da evitare. L'aceto balsamico dell'industria che guarnisce i piatti, il culatello stagionato poco e tutte quelle decorazioni inutili nel piatto.
Il suo piatto preferito?
Un piatto di gamberoni di Sicilia da mangiare crudi, buoni come quelli di Anzio, Viareggio o Sanremo.
Secondo lei chi sono i ristoranti o gli chef sopravvalutati?
Carlo Cracco separatosi dal Ristorante Peck di Milano e Moreno Cedroni del Ristorante Madonnina del Pescatore a Senigallia.
Mentre i sottovalutati?
La Taverna del Capitano di Massa Lubrense è famosa ma non come dovrebbe esserlo; il ristorante Pinocchio di Borgomanero e quel piccolo splendore di posto ruspante che è il ristorante Edelweiss a Viceno nella sconosciuta provincia di Verbania.
Ha degli amici tra gli chef?
Il critico è solo e deve essere solo. Con qualcuno ci sentiamo ma ho paura di approfondire l'amicizia perché priva della libertà di giudizio.
Un peccato di gola inconfessabile?
Non è un vero peccato di gola ma è sicuramente un piatto curioso: in alta montagna ho mangiato la marmotta, era in brasato cotta molto a lungo. E' un animaletto dal muso simpatico ma pochi sanno che è molto feroce.
Nel tempo libero cosa fa?
Non ho quasi mai tempo libero e poi sono molto pigro. Mi piace leggere e magari guardo alcuni programmi in tv che mi piacciono come CSI e Doctor House. Ma il mio vero divertimento è leggere i giornali anche in vacanza: 7 o 8 quotidiani al giorno e cliccare il sito di Dagospia.
Domanda di riserva: la televisione. Come va Melaverde?
Simo alla decima edizione. Sono passati un po' di anni. Il programma è partito il 20 settembre del 1998, io sono arrivato dopo qualche settimana e all'epoca la rete mandava in onda un film che riempiva il buco di mezzogiorno e non superava il 2 per cento di share. Piano piano abbiamo rosicchiato sempre di più e ora siamo arrivati al 13 per cento con un milione e 800mila telespettatori. Cifre da capogiro che raggiungono punte del 22 per cento. Il pubblico ama questa trasmissione e ci guarda anche a Ferragosto.
Lei e la sua troupe molto spesso siete dalle parti di Mantova e provincia.
E' una delle capitali della gastronomia e la patria dell'allevamento suino di qualità. Le cosce di questi maiali servono per preparare i prosciutti migliori, il salame profumato di aglio e tante altre leccornie. Una nota di merito va al direttore, Romano Gandossi che grazie anche al suo amore per la buona cucina, ci riserva sempre uno spazio per Melaverde sulla Voce di Mantova. La stampa locale parlando di noi ci porta tanti telespettatori.
E' una bella soddisfazione.
Quando sono in giro mi capitano delle cose bellissime. Ho delle dimostrazioni d'affetto inaspettate. Qualche settimana fa, per la Fiera Nazionale del Fungo Porcino, mi sono arrampicato fino ad Albareto in provincia di Parma e sono stato accolto dal Paese a braccia aperte: le vie erano tappezzate di cartelli rossi, gialli e verdi con scritto "Benvenuta Melaverde". Succede solo al Giro d' Italia. E' significativo del piacere che diamo al pubblico, raccontando realtà anche meno conosciute. La trasmissione, contrariamente a quello che si pensa, non è affatto di gastronomia.
Alessandra Capato

Claudia Arvati: una vita per la musica

Clauda Arvati

Sapete quando si dice in gergo: “Quella la musica ce l’ha nel sangue!”?
Mai detto è risultato tanto appropriato quanto per Claudia Arvati, gazoldese d’origine, romana d’adozione, ex enfant prodige che, dopo anni di sacrifici, ha fatto della musica la propria professione ottenendo successi e personale gratificazione.Claudia insegna a Roma canto agli artisti più disparati, partecipa come corista ai tour dei più grandi cantanti italiani e alle più famose trasmissioni televisive, dirige il Coro Roman Academy che  realizza le parti corali di numerose produzioni teatrali, televisive,cinematografiche ( non ultimi “Il Fantasma dell’Opera” e “Shrek 2” ) e discografiche. Proprio durante una pausa del tour che la vede attualmente a fianco di Gigi D’Alessio con alcune colleghe coriste, riusciamo ad incontrare Claudia, tornata nel Feudo degli Ippoliti per qualche giorno di meritato riposo. Ci sediamo sull’erba del giardino di casa,dopo aver dribblato le simpatiche battute di Maurizio e Lella,i vicini di casa di mamma Elena che, come tutti i gazoldesi che l’hanno conosciuta, sono felici di rivedere ogni volta l’estrosa artista gazoldese.

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ROBERTO FLOREANI LA GRANDE ARTE CHE NASCE DA DISCIPLINA E RIBELLIONE

Foto 1Da molti anni, ai miei studenti del corso di Creatività insegno che la divergenza è "il soffio del movimento creativo". Le situazioni più stabili nascono dal confronto-scontro tra due convincimenti abitualmente contrapposti. È così in retorica, dove attraverso l'ossimoro – che consiste proprio nell'accostamento di due parole che esprimono significati antitetici ¬– diamo l'idea fulminea di quello che vogliamo dire, ad esempio chiudendoci in un silenzio eloquente. È così in amore; lo sostiene anche un recente studio della Baylor University (Texas, USA), nel quale si dimostra come litigare ferocemente con il partner, utilizzando anche parole negative e offensive, non sia sempre dannoso. È così anche in arte, dal ready-made di Duchamp (il funzionale de-funzionalizzato e ri-funzionalizzato nell'arte) a tutta la poetica del Futurismo e di grandi artisti dell'era moderna, come Tamara de Lempicka, con il suo gusto innato dei contrasti tra modernismo estremo e purezza classica, tra provocante morbidezza di corpi nudi e statico rigore di grattacieli.
Roberto Floreani racconta di sé e del crocevia delle sue interiori contraddizioni con la grande serenità dell'uomo che riesce a controllare la forza dei suoi sentimenti. Gli occhi, chiarissimi e quasi irridenti, lasciano intuire la compresenza di un carattere fortemente temprato. «Sono sempre stato un ribelle indomabile. Ma ho cinquantotto anni e pratico arti marziali da cinquantadue, cresciuto da Giancarlo Piccoli, a sua volta allievo di Cesare Barioli, unico samurai italiano e padre storico del judo nel nostro Paese. Allevato secondo i dettami del Bushido – più che un codice di condotta è un modo di vita, adottato dai samurai e assimilabile alle regole cavalleresche in Occidente – che segue le dottrine del buddhismo e del confucianesimo esigendo dal "guerriero" il rispetto di valori fondamentali, come onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore. Questa scuola, affiancata dalla presenza fondamentale di mia madre – alsaziana di origine ma friulana di educazione – mi ha insegnato ad affrontare serenamente tutte le difficoltà della vita e le competizioni dello sport. Ho vinto molto, nelle arti marziali, in motocross e sugli sci». Non è sempre stato tutto facile, però... «Come per tutti, anche per me procedere sulla mia strada non è stato facilissimo». Dopo il liceo, Roberto si è laureato in quattro anni in Economia e commercio, discutendo una tesi finale di ambito finanziario. Aveva già presentato la sua prima mostra di quadri a ventun anni, ma la pittura non sembrava ancora il suo principale e esclusivo interesse, come è oggi. È stato difficile conciliare l'arte con la matematica finanziaria? «No! Arte e matematica rappresentano due distinte letture del mondo, interpretazioni della medesima realtà da due punti di vista differenti. Se pensi che il primo a intuire dove sarebbe andato a finire il mondo finanziario e delle banche è stato Ezra Pound, ti puoi rendere conto di quanto arte e scienza siano vicine. Lo sai che Mary de Rachewiltz, figlia del poeta, per introdurre la mia mostra al Palazzo delle Stelline nel 1999, mi ha dedicato una "memoria" commentando il mio lavoro con versi tratti dai Canti Pisani scritti da suo padre durante la prigionia?» Un viaggio del grande poeta futurista attraverso un'interpretazione dell'arte e della cultura dal Rinascimento fino a Manet, che la de Rachewiltz ripercorre per ritrovarvi l'arte e la tecnica di Floreani. Particolarmente nel Regno di Mezzo, serie di opere in tecnica mista su carta ispirate dagli originali dei Canti scritti a mano dal poeta, perché quando "il pittore ascolta la sua guida... il segno torna alla Natura... tutto torna e confluisce nella contemplazione della bellezza e nell'amore".
Oggi, Floreani pratica il Tai Chi Chuan, antica arte marziale cinese basata sul concetto dell'eterna intesa tra gli opposti. Nel corso dei secoli, da tecnica di autodifesa, il Tai Chi Chuan – che letteralmente significa "boxe con l'ombra" – si è evoluto nella elegantissima esecuzione di una serie di movimenti lenti che ricordano una danza silenziosa. «Questa disciplina, nella quale ho raggiunto il livello di istruttore federale, è una delle cose che mi hanno cambiato la vita perché ho accettato tutta la realtà indotta dalla grande meccanica celeste. Che funziona così e che tu devi condividere. Questa è una filosofia di vivere e non una religione, tant'è che io sono cattolico e praticante».
In che cosa ti ha aiutato questa visione della vita? «A superare le grandi difficoltà. Come quando, a seguito ...

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Davide parenti: ho creato Le Iene

Davide Parenti

Questo mese parliamo televisione. La televisione ormai, con i suoi programmi, nel bene e nel male, è un momento che fa parte della vita di tutti.

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STEFANO GIULIODORI

Il consorzio Riccione Turismo è il primo Club di Prodotto di Riccione che associa strutture ricettive (hotels, campeggi e residence) e non ricettive (spiagge, ristoranti, bar, attività commerciali e servizi), per offrire ai turisti una vacanza completa e su misura.
Abbiamo incontrato nelle scorse settimane Stefano Giuliodori, il Presidente del Consorzio Riccione Turismo.
Come nasce Presidente quest'idea di Consorzio?
"Il Consorzio Riccione Turismo è nato nell'aprile 2006 con l'intento di cercare per la prima volta un consorzio traversale, un club di prodotto ( Riccione family hotels, Riccione bike Hotels, etc.) che ha
voluto unire insieme categorie economiche diverse fra loro per aiutare la città a risorgere e a tornare agli antichi fasti dopo la drammatica parentesi che ha visto la famosa cittadina balneare romagnola estremamente penalizzata dal mare infestato dalle mucillaggini che le ha fatto perdere una fetta importante del mercato straniero".
Quali scelte strategiche avete messo in atto per strutturare il consorzio?
"La scelta di aggregare albergatori, bagnini, ristoratori, commercianti, artigiani e fornitori al fine di ragionare insieme, strutturarsi e ripresentarsi sul mercato turistico con una immagine rinforzata ed una potenzialità economicamente, e non solo sulla carta, certa si è rivelata vincente. Sono stati di fatto aggrediti i mercati esteri ( Svizzera, Germania, Inghilterra, Austria e Russia) da anni trascurati, partecipando a fiere (Berlino, Londra, etc) e convention e con azioni di marketing mirate".
Quali sono stati i primi effetti?
"Sono abbastanza soddisfatto del Consorzio, che rappresenta pur sempre una piccola goccia in un grande mare, e di come ci siamo mossi. Negli ultimi anni si è fortunatamente ripreso il mercato italiano sollecitato da diverse azioni di marketing coordinate dai nostri consulenti Mauro Santinato e Alberto Gnoli, che si sono occupati in prima persona delle strategie di mercato, della partecipazione a Bandi, della Formazione, e delle iniziative straordinarie come quella per il rimborso di 80 euro in busta paga per chi viene in vacanza a Riccione!"
Ci può fare un quadro delle diversità tra la Riccione di ieri e la Riccione di oggi?
"Due città molto diverse tra loro, perché nel frattempo è cambiato il mondo e il modo di godere di una vacanza da parte dei turisti. La Riccione di ieri la ricordo, con una certa emozione, piena di stranieri svedesi, finlandesi, tedeschi, dove imperava l'eleganza e si indossava un vestito diverso per ogni occasione, dove lo stile di vita era imperniato sulla cortesia e sul rispetto, dove i personaggi alla moda che frequentavano questa città facevano notizia.
Meno traffico, meno caos, c'erano sicuramente meno soldi ma ci si divertiva con poco.
Oggi Riccione è diversa perché è diverso il modo di far vacanza: è l'epoca degli happy hour, delle feste sulla spiaggia, dei Dj, della rincorsa agli eventi, delle spiagge super attrezzate, dei negozi alla moda, dei parchi divertimenti. E a Riccione non manca nulla di tutto questo.
Via Ceccarini è isola felice delle griffe d'alta moda mentre un tempo era solo la strado dove milanesi e bolognesi facevano sfoggio delle loro luccicanti e roboanti autovetture.
Riccione allora si identificava come città dell'intrigo e dell'amore, oggi è diventata la città delle famigli e dei ragazzi che vogliono divertirsi. Oggi si può realmente godere di un lungomare meraviglioso, in passato impraticabile e trafficatissimo. Pensi che negli anni si è passati da 800 a 400 alberghi e di conseguenza abbiamo una città decisamente più vivibile".
Perché Riccione ha così successo?
"Le spiagge sono sicure, organizzate, il mare è tra i più puliti d'Italia. Come ho già ripetuto shopping, svaghi e divertimento sono assicurati. La cucina è d'eccellenza.
Al di là di tutto posso dire che il plus è rappresentato dalla gente romagnola che ci sa veramente fare. Non si viene accolti da nessun altra parte come si è accolti da noi. Il sorriso e la gentilezza della gente romagnola è proverbiale".

In marcia alla ricerca della Madonna

Emma parte

Emma è una piccola ed esile "signorina" di ottanta anni, con grandi occhi azzurri e un bellissimo sorriso, fresco e vitale come la sua voce. Piace ascoltarla perché nelle sue parole c'è un che di rassicurante, che tutte le volte ti tocca il cuore. Non racconta le solite storie del passato, ma il suo presente e soprattutto della sua unica passione, il pellegrinaggio alla Madonna.

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MARCO PASSIGATO. HO VOLUTO LA BICICLETTA. E ADESSO, PEDALO!

3 - Marco 8 agosto 2009Chissà se è un bel lavoro fare il mobility manager di un grande ente pubblico. Me lo chiedevo da un po', perché la figura professionale del responsabile della mobilità – introdotta con un decreto interministeriale del 1998 – a prima vista sembra qualcosa di non proprio piacevolissimo. Stiamo parlando di un signore che, pur legittimato da una cosa seria e importante come l'istituzione per legge del suo incarico, cerca di ottimizzare gli spostamenti sistematici dei dipendenti, con l'obiettivo di ridurre l'uso dell'auto privata "anche" nei tragitti casa-lavoro. Insomma, stiamo parlando di un signore che, pur legittimato eccetera eccetera, finisce per farsi gli affari vostri. Ci sono i mezzi pubblici – ma funzionano, da qualche parte, nel Bel Paese? – e poi ci sono il car pooling e il car sharing. O anche il bike sharing, che comunque comporta sempre che io debba pedalare. E che qualcuno si faccia gli affari miei.
Allora, non è che un mobility manager sia simile a un nevrotico agente delle tasse? È ben noto che, noi italiani (ma che fastidio, oggi nella pubblicità ci chiamano the italians! Ma siamo sempre gli stessi, quel popolo di poeti, santi e navigatori; anche un po' spacconi e contaballe, da qualche anno a questa parte) noi italiani, dicevo, siamo un popolo che non ama le tasse.
Sospinto da questi pensieri, eccomi nella casa-studio di Marco Passigato, per abbozzare il mio ritratto del mobility manager dell'Università degli Studi di Verona. Se dalla Storia dell'arte ho imparato qualcosa osservando e studiando i ritratti del Rinascimento, questo è il valore dei particolari per evidenziare "quello che la figura ha nell'anima" perché un ritratto possa essere specchio delle emozioni, dei pensieri e delle inquietudini (Oh! tranquilli ragazzi, mica mi sento come il Parmigianino che il carattere del suo Galeazzo Sanvitale ce l'ha delineato con lo sfondo, armi e corazza, e con i particolari di guanti e moneta che il conte-condottiero tiene in mano!).
Dunque, la casa-studio di Marco. Un'oasi di tranquillità e di silenzio, dove non si percepisce nemmeno in lontananza il rumore del traffico che incrocia a una decina di metri, in strada. Un ambiente sereno, un tavolo da disegno, perché lui è laureato in ingegneria e, oltre all'impiego part time all'Università, si occupa professionalmente della progettazione e dell'esecuzione di piani del traffico e di piste ciclabili un po' in tutta Italia. Mi racconta di sé, dei suoi viaggi in tutta Europa fin da quand'era ragazzo e della sua passione per la montagna, per lo sci alpinismo e per le lunghe camminate fino ai rifugi montani sulle vette più alte. Poi la bicicletta, gioco e divertimento nel grande cortile della casa paterna quand'era bambino e poi, via via, mezzo di trasporto sempre più insostituibile col passare degli anni. La salutare abitudine all'esercizio fisico si nota anche nella corporatura, snella e asciutta, che sicuramente trae in inganno quanto alle cinquantasei primavere ormai raggiunte. E non è da meno sua moglie – da una trentina d'anni anche compagna di passeggiate su strade e sentieri – che, ad un tratto, silenziosissima anch'ella, si materializza nello studio con qualche bibita. Parliamo di lunghi percorsi a piedi e in bicicletta, di piste ciclabili e sentieri alpini; e ogni volta mi sorprende prendendo, dalla libreria dietro le sue spalle, una mappa che, abilmente, spiega sul tavolo davanti ai miei occhi, indicandomi percorsi, mulattiere, località e rifugi. Quasi a voler ricordare sulla cartina quel suo aver visto una buona parte del mondo con gli occhi assetati di scoprire che di solito hanno tutti coloro che si muovono alla tranquilla velocità della bici o delle proprie gambe. «Che poi, in città, muoversi in bicicletta finisce per essere più veloce che in automobile. Lo sai quante volte, recandomi in ufficio, mi rendo conto di arrivare a destinazione prima io di un automobilista che incrocio e supero tutte le mattine?» Tra città e città usa molto il treno; ma non bisogna pensare a lui come persona dell'Ottocento, perché naturalmente ha la patente di guida e, solo quando è strettamente necessario, si sposta con la sua automobile o con una vecchia Vespa. Ma questi nuovi treni veloci, le frecce, sono molto comodi e sulle carrozze c'è sempre la possibilità di portarsi la propria bici. «La settimana scorsa sono andato per lavoro a Bologna. Fuori dalla stazione, sono salito sulla mia bicicletta per recarmi al luogo dell'appuntamento; lungo il percorso, mi sono fermato per bere un caffè, e mi sono portato la bici dentro il bar». All'espressione di stupore dipinta sul mio viso, risponde alzandosi e rientrando di lì a un attimo con una ruota di bicicletta, di dimensioni abbastanza contenute, che in un secondo si dispiega e rivela di essere una bici in tutto e per tutto. In un battito di ciglia, la ripiega e poi l'apre ancora e la richiude definitivamente.
«Pesa una decina di chili, è comodissima e la porto sempre con me, in treno o nel baule dell'auto».
Lasciandoci, mi fa uscire da una porta diversa da quella per la quale ero entrato; è l'ingresso dell'appartamento vero e proprio e non dello studio. Attraversando il salotto non vedo la televisione, e così, scherzando, gli chiedo se anche quella sia portatile e l'abbia sempre con sé. Mi risponde con un sorriso «No, non ho una televisione portatile. Non abbiamo proprio una televisione, non ne abbiamo mai sentito il bisogno. Per tenermi informato su quello che succede nel mondo, mi basta Internet; per vedere il mondo, mi basta la mia bicicletta».
Esco dalla casa-studio di Marco Passigato con un pensiero in più.

Fausto De Stefani: la mia montagna più alta

De Stefani

L'alpinista mantovano ha concretizzato il sogno di realizzare una scuola in Nepal, e svolge nelle scuole italiane la sua opera di sensibilizzazione verso la natura.

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