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Back Sei qui: Home Home   L'opinione COSA RESTA DELLE OLIMPIADI

COSA RESTA DELLE OLIMPIADI

milano cortina 2026-8 large

Quando si spengono le luci degli stadi,
quando le medaglie trovano posto nelle
bacheche e gli atleti tornano lentamente
alla normalità, resta una domanda
sospesa, più importante dei record:
cosa ci resta davvero delle Olimpiadi?
Perché l'eredità olimpica non può essere
ridotta a un bilancio di vittorie, né a un
conteggio di like sui social.
Le Olimpiadi sono – o dovrebbero essere
– un grande racconto collettivo, capace di
parlare a tutto il mondo in un linguaggio
che supera confini, bandiere, ideologie.
Un linguaggio fatto di fatica, rispetto, disciplina,
sacrificio, speranza.
Ci resta, prima di tutto, il valore dell'impegno.
In un tempo che celebra la velocità,
l'improvvisazione e il successo facile, lo
sport olimpico ricorda che nulla nasce
per caso. Dietro ogni traguardo c'è una
storia silenziosa di allenamenti all'alba,
sconfitte digerite a fatica, dolori sopportati
senza clamore. È una lezione potente,
soprattutto per i più giovani: non esistono
scorciatoie credibili verso i sogni.
Ci resta poi l'idea di un mondo che può
incontrarsi senza combattersi.
Per qualche settimana, Paesi che nella
geopolitica si guardano in cagnesco
condividono lo stesso villaggio, gli
stessi spazi, la stessa tavola. È una
tregua simbolica, fragile, certo, ma necessaria
ove il dialogo non è un'utopia
ingenua, è una necessità concreta.
Ci restano le storie degli invisibili, di chi
non sale sul podio ma diventa simbolo.
L'atleta che gareggia per la prima volta
per la sua nazione, il rifugiato che trova
nello sport una seconda possibilità, chi
lotta contro limiti fisici, economici, sociali.
Le Olimpiadi danno voce a chi normalmente
non ce l'ha, ribaltando per un
attimo la gerarchia dell'attenzione mediatica.
Ci resta anche una responsabilità collettiva.
Le infrastrutture, le città trasformate,
gli investimenti pubblici pongono
interrogativi seri: sviluppo reale o spreco
travestito da festa? Qui si gioca una partita
cruciale. Le Olimpiadi lasciano un segno
positivo solo se diventano opportunità
durature, non cattedrali nel deserto o
monumenti all'effimero.
E infine ci resta una domanda scomoda:
sappiamo ancora riconoscere il valore
della lealtà, del rispetto delle regole, della
competizione sana?
In un'epoca segnata da scorciatoie, doping
morale e furbizie sistemiche, l'etica
sportiva diventa uno specchio impietoso
della società. Le Olimpiadi finiscono, il
loro messaggio no. Sta a noi decidere
se archiviarlo come uno spettacolo ben
riuscito o trasformarlo in una bussola
quotidiana.
Perché, in fondo, il vero podio non è quello
con tre gradini, ma quello su cui saliamo
ogni giorno, nelle scelte piccole e
grandi che definiscono chi siamo.

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