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Back Sei qui: Home Home   Grandi eventi FESTIVALETTERATURA, INTERVISTA A GIACOMO MARRAMAO

FESTIVALETTERATURA, INTERVISTA A GIACOMO MARRAMAO

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Protagonista di un'appassionata “lezione” in piazza Sordello, il professor Giacomo Marramao è stato tra i personaggi più seguiti del Festivaletteratura 2013. Ricercatore a Francoforte dal 1971 al 1975, tra il 1976 e il 1995 ha insegnato Filosofia e Storia delle Dottrine Politiche all'Istituto Universitario Orientale di Napoli ed è stato visiting professor in numerose università europee e americane. Attualmente è Professore Ordinario di Filosofia politica e Filosofia teoretica all'Università di Roma Tre, membro del Collége International de Philosophie di Parigi. Lo abbiamo intervistato, anche in relazione agli ultimi, terribili accadimenti internazionali.

- Contro il potere (Bompiani) è il titolo del suo ultimo saggio e proprio con questa tema ha appassionato gli spettatori del festival. Il potere ha il suo motore principale nella politica, e quanti esempi si possono fare, da quella italiana a quella internazionale. Ma si manifesta anche nella cultura, nella pubblicità, nei consumi attraverso un enorme potere di condizionamento, in questi ultimi casi.
Come resistere al canto delle sirene e ragionare con la nostra testa?

Uno delle tesi centrali del mio libro è che, nel mondo globalizzato, la politica istituzionale non rappresenta più il luogo proprio e l’istanza decisionale del potere. Questo luogo - o meglio: questi luoghi - vanno individuati nelle sedi delle grandi corporations e della finanza globale.

E’ questa la ragione che ha indotto un sociologo italiano, Luciano Gallino, a coniare la fortunata formula di “Finanzcapitalismo”. Tutte le policies degli Stati occidentali sono ormai, di fatto, politiche necessitate da vincoli esogeni imposti da potenze finanziarie che operano dall’esterno delle “sedi deputate” dei sistemi democratico-rappresentativi. L’altro luogo in cui opera il potere globale è – come Lei giustamente osserva – la sfera della cultura, di una comunicazione multimediale che ha nella pubblicità finalizzata al consumo il suo strumento più efficace. Occorre tuttavia prestare attenzione a una novità intervenuta negli ultimi decenni rispetto alla cultura di massa e al consumismo che hanno caratterizzato lo “spirito del tempo” in Occidente dagli anni ‘30 agli anni ‘60 del secolo scorso. Quella temperie – analizzata dai grandi intellettuali della Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno, Marcuse) – aveva il suo tratto tipico in una manipolazione del consenso che operava “a valle” sui bisogni della collettività, deviandoli verso gli oggetti di consumo. Basti pensare allo splendido incipit dei Minima moralia di Theodor Adorno, libro di aforismi scaturito negli anni dell’esilio americano: quella che un tempo i filosofi chiamavano “vita”, si è ormai ridotta alla sfera del puro consumo. Oggi accade invece qualcosa di molto diverso: i messaggi subliminali della pubblicità, che hanno colonizzato il linguaggio e le forme di relazione intersoggettive, non manipolano più “a valle” i bisogni, ma costituiscono i desideri “a monte”, trasformandoli in pulsioni al godimento: in una spinta al soddisfacimento del piacere che non ha mai fine, e che è pertanto destinata a riprodursi in una ripetizione seriale della medesima scena. Per spezzare il circolo vizioso di soddisfacimento, svuotamento e ricerca di un nuovo piacere, è necessario andare alla radice di questo falso movimento, mettendo in discussione, nelle relazioni sociali e dentro noi stessi, l’universale reificazione del mondo e dei rapporti di cui si alimenta la logica del potere globale. 

- Nei suoi studi ha analizzato la figura del Leviatano di Hobbes. Quali sono i contemporanei Leviatani secondo lei?

Nell’immaginario letterario del Novecento il Leviatano viene trattato come sinonimo di Stato totalitario. In realtà, nell’omonima opera del grande filosofo politico inglese Thomas Hobbes, apparsa nel 1651, il richiamo al celebre mostro biblico stava ad indicare il potere sovrano assoluto (ma non totalitario) dello Stato moderno nato dal contratto per porre fine al conflitto endemico dello “stato di natura” e realizzare la pace attraverso l’imposizione di un diritto positivo valido per tutti i cittadini. Quando nei miei lavori ho posto il problema di ridefinire la politica dopo il Leviatano, non pensavo soltanto a un distacco dai totalitarismi del secolo scorso, ma anche alla necessità di comprendere il nostro tempo come un’epoca “post-hobbesiana” nella quale occorre abbandonare la logica moderna di una forma-Stato imperniata sul modello centralistico e gerarchico della sovranità. Lei mi chiede dove sono i Leviatani oggi. Per rispondere si deve afferrare la struttura multiforme, “a geometrie variabili”, del nostro mondo globale: dove al declino della statualità in “Occidente” (Europa e Stati Uniti), fa riscontro un potenziamento delle sovranità statali in “Oriente” (a partire da Cina, India e Russia). Il paradosso del “contemporaneo” sta sempre nel darsi come contemporaneità del non-contemporaneo….

- Minacce di attacco alla Siria e preoccupanti ripercussioni sul mondo intero. Come si può evitare e comporre un accordo internazionale?

L’inefficacia dell’ONU, paralizzata dai veti incrociati, è il fattore che impedisce di impostare in modo veramente globale la questione della pace. Per altro verso, l’impegno per un mondo di pace non può risolversi in nobili appelli, ma deve partire da un’analisi approfondita dei fattori polemogeni presenti nel mondo e delle cause che li hanno scatenati. Il mondo post-Guerra fredda è, come chiunque è in grado di vedere, non meno conflittuale del mondo precedente la caduta del Muro di Berlino e il collasso dell’Unione Sovietica: non è il mondo dello “scontro di civiltà” di cui ha parlato Samuel Huntington, ma un mondo che va organizzandosi in grandi aree non solo geopolitiche ma geoeconomiche e geoculturali: dall’area nordamericana a quella del Mercosur, dall’area asiatica e africana a quella europea. Un mondo sempre più segnato da the Rest anziché da the West. Un mondo in cui l’egemonia plurisecolare dell’Occidente è ormai sottoposta a tensione dalla potenza crescente dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Dentro questo nuovo scacchiere va ripensato ormai lo stesso conflitto mediorientale.

 

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