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SPECIALE SIERRA LEONE

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Sbarcavamo all'aeroporto di Freetown il 22 febbraio, quando ancora in Italia si pensava che il coronavirus fosse una influenza ordinaria. Scendevamo dall'aereo baldanzosi. Un fotografo, un cameramen, un giornalista e tre volontari in missione per documentare la frase di Malala Youssafzai: "Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo". Viaggiavamo al seguito di una ONLUS, "Amici della Sierra Leone di Parma", per fare un reportage che mostrasse come, investendo sull'istruzione, si possa aiutare in modo concreto l'Africa.
Siamo rimasti sorpresi quando un addetto in divisa, forse un poliziotto, ci è venuto incontro con una pistola e ci ha misurato la febbre. Thirty six, pass trough, trentasei, avanti.
In Europa, a Milano e Bruxelles, eravamo passati senza controlli. Un noto politico la sera prima aveva detto al telegiornale italiano "banale influenza". Nessuno di noi pensava al disastro incombente.
Il vescovo di Makeni, Natalio Paganelli, che ci aspettava al terminal in pantaloni stazzonati e T-shirt, ci ha subito spiegato: "Qui, nel 2016, hanno sconfitto l'ebola, dopo una battaglia durata due anni. Sanno bene cosa sono le malattie virali e come si diffondono. Stanno attenti". Ci siamo guardati un po' smarriti e abbiamo pensato solo al nostro lavoro.
Il giorno dopo, incuranti della tragedia che si stava abbattendo sulle nostre famiglie a casa, ben certi che il corona fosse una banale influenza, eravamo nella piccola capitale del Nord della Sierra Leone, Makeni, sede della diocesi da sempre retta da vescovi italiani e saveriani.
Lì, davanti all'università, abbiamo assistito ad un miracolo. Abbiamo visto l'Africa in cammino verso il riscatto. Abbiamo visto quattrocento giovani marciare nelle loro toghe azzurre per le strade di Makeni. Abbiamo visto come procedevano con la testa alta e il petto in fuori verso l'Università. Camminavano in mezzo a due ali di persone festanti. Travolti da una musica assordante. Camminavano sapendo che a pochi passi li aspettava il rettore per consegnare loro la laurea.
In qualsiasi città europea questa sarebbe una cosa normale. A Makeni, piccola capitale del Nord della Sierra Leone, è più di un evento straordinario. Più di una festa. La Sierra Leone è uno dei quattro Paesi più poveri al mondo, esiste un medico ogni centomila abitanti, quasi 6 milioni di persone, su un totale di 6,5 milioni di abitanti, non hanno elettricità, il 37 per cento della popolazione campa senza approvvigionamento idrico, l'aspettativa di vita è inferiore ai cinquant'anni e l'età media della popolazione è di 19 anni.
"Questo - ci raccontava Adriano Cugini, presidente degli amici della Sierra Leone – è un evento del cuore. Molti di quei "dottori" hanno potuto studiare grazie alle nostre borse di studio". L'Onlus, ispirata dai vescovi di Makeni, punta tutto sull'educazione. Negli anni ha costruito 58 scuole, per un totale di 310 aule, frequentate da 14 mila...PER LEGGERE L'INTERO ARTICOLO vai sulla pagina Facebook MCG magazine, sfoglia l'intera rivista gratuitamente e regalaci un MI PIACE!

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