Articoli

STOP ALLA FUGA DI CERVELLI DALL'ITALIA

foto apertura ok

Abbracci e baci ai familiari, e un certo magone mascherato a stento. Si parte per l'estero. Non per una lunga vacanza ai tropici ma ... alla ricerca di lavoro, alla ricerca di un futuro. Non siamo alle drammatiche vicissitudini economiche che poco più di un secolo fa vide il massiccio esodo di capifamiglia che dall'Italia di dispersero per il mondo intero, creando le "colonie" di connazionali tuttora esistenti, esportando il meglio e il peggio di noi (genio e criminalità), ma la realtà è comunque mortificante ed avvilente. Se ne vanno i giovani migliori, e fior di laureati, i potenziali eredi nei manager attuali, la crema prodotta dalle nostre università. Proprio coloro che assieme ad indubbie doti hanno più intraprendenza ed iniziativa. A distanza di undici anni dal collasso finanziario mondiale del 2009, che ha messo a nudo la fragilità finanziaria del Bel Paese col conseguente crollo di un ampio settore produttivo senza solide basi, il problema della disoccupazione (che allora riguardava solo il Sud) non solo non si è ricomposto, ma si è drammaticamente cronicizzato. L'espressione "fuga dei cervelli" è sinonimo di emigrazione verso Paesi stranieri di persone di talento e/o alta specializzazione professionale formatisi in madrepatria. E' un termine che, riferito al cosiddetto "capitale umano", rievoca quello della "fuga dei capitali", ovvero il disinvestimento economico da ambienti non favorevoli all'impresa. Il fatto che giovani neolaureati e neo-dottorati vadano a lavorare in università e centri di ricerca di altre nazioni è fisiologico, al giorno d'oggi, perché connaturato alla forte globalizzazione attuale della ricerca. I grandi Centri di ricerca attirano persone brillanti provenienti da tutto il mondo. La mobilità degli studiosi è un fenomeno comune fin dagli albori delle università e di per sé un fattore di arricchimento culturale e professionale, perché la ricerca non conosce frontiere. Il problema nasce quando il saldo tra gli studiosi che lasciano un Paese e quelli che vi ritornano o vi si trasferiscono è negativo. L'Italia non è più in grado di offrire ai giovani un'adeguata opportunità di impiego. In un'azienda italiana oggi un pensionamento è vissuto come l'agognato sgravio di uno stipendio, lungi dalla volontà di ricoprire il vuoto con una nuova assunzione.
La Commissione Europea ha recentemente rilevato che il numero dei giovani italiani altamente qualificati emigrati all'estero è cresciuto rapidamente dal 2010 in poi; è un dato che non può essere ignorato in quanto il fenomeno, a medio e lungo termine, può compromettere le prospettive di crescita economica dell'Italia e anche le sue finanze pubbliche, in quanto come sopra detto causa una perdita netta permanente di capitale umano altamente qualificato, a danno della competitività dell'Italia. Il "Dottorato" (istituito in Italia solo negli anni '80) è un titolo accademico corrispondente al massimo grado di istruzione universitaria ottenibile in Italia e in molti paesi del mondo. Durante gli anni Ottanta sono stati proclamati meno di duemila nuovi Dottori di Ricerca l'anno e pochi di più nel corso dei Novanta. Nei primi anni Duemila si è registrato un incremento consistente arrivando fino a oltre 10mila. Il rapporto ISTAT sulle "Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente" ha evidenziato come, nella fascia over 25, si stia assistendo ad una vera e propria diaspora. Evidentemente per assurdo "sovra-istruzione" equivale a "disoccupazione". I motivi che convincono i nostri laureati a trasferirsi oltre i confini sono essenzialmente: retribuzione mediamente superiore, molte assunzioni con contratti a tempo indeterminato, e qualifica più idonea per il lavoro che svolgono. Oltre a minare le prospettive di crescita, la "fuga dei cervelli" comporta un costo economico notevole all'Italia tanto per la spesa pubblica sostenuta per l'istruzione di studenti che poi si trasferiscono all'estero, quanto per il mancato versamento delle imposte che quest'ultimi avrebbero pagato lavorando nel nostro Paese. Moltiplicando il costo complessivo della formazione di ciascun laureato italiano per il numero dei laureati emigrati all'estero, emerge che la cifra in perdita ammonta a oltre un miliardo di euro all'anno. Un costo molto spesso ignorato o sottovalutato, ma che rappresenta un vero e proprio danno per l'economia del Paese: questi giovani infatti si formano a spese della collettività italiana e, in seguito, esportano competenze e produttività a favore dell'economia di un Paese estero. A questo dato, di per sé desolante, potremmo sommare un'altra informazione: la maggior parte dei cervelli in fuga è nelle materie tecnico-scientifiche, con fuga di massa pure di figure specializzate ed esperte nell'IT (Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione) sia laureate che diplomate, figure altamente richieste in paesi dalla forte vocazione informatica come il Regno Unito. Quindi, oltre a perdere l'investimento già fatto.....PER LEGGERE L'INTERO ARTICOLO vai sulla pagina Facebook MCG magazine, sfoglia l'intera rivista gratuitamente e regalaci un MI PIACE